Manifesto sulla confidenzialità, l’etica e l’uso dei social nella relazione d’aiuto

Una riflessione critica sull’uso dei social media nella terapia e nella relazione d’aiuto, e sui limiti etici della condivisione di storie, testimonianze e contenuti terapeutici.

Tapani Mononen

3/5/20263 min read

MANIFESTO SULLA CONFIDENZIALITÀ, L’ETICA E L’USO DEI SOCIALNELL’AMBITO TERAPEUTICO E DELLA RELAZIONE D’AIUTO

Nota personale

Dopo tanto tempo di silenzio personale e, soprattutto, professionale, ho deciso di tornare a

condividere pensieri, riflessioni e forse anche provocazioni.

In questo silenzio molte cose sono maturate dentro di me. Sono nati temi di cui sento il bisogno di

parlare. Riprendere la parola dopo tanto tempo non è semplice, ma scelgo di farlo comunque.

Voglio portare argomenti di cui vedo che si parla poco, e farlo a partire dalla mia esperienza e dal

mio pensiero personale. Ed eccoci al primo tema di cui voglio parlare.

Una presa di posizione chiara

Ultimamente ho notato questo fenomeno, dove terapeuti, counselor e professionisti della relazione

d’aiuto condividono sui social media racconti di sedute, frasi dette dai clienti, storie di percorsi

terapeutici, testimonianze scritte o video, immagini e riprese di contesti di cura.

Queste pratiche vengono spesso giustificate parlando di consenso, divulgazione o

sensibilizzazione. Ma il consenso, da solo, non basta.

La relazione di aiuto non è contenuto

La stanza della terapia – reale o simbolica – è uno spazio protetto. Un luogo in cui una persona

affida parti fragili, confuse, contraddittorie di sé. Portare quel materiale fuori da questo spazio

significa esporlo, anche quando le intenzioni sono buone.

Chi lavora nella relazione d’aiuto ha una responsabilità che non può essere delegata, nemmeno

quando la persona coinvolta sembra essere d’accordo.

Il consenso non annulla lo squilibrio di posizione

Nel rapporto terapeutico le persone non partono dalla stessa posizione. Una chiede aiuto, l’altra lo

offre. Una è in una fase di fragilità, l’altra ha un ruolo, un sapere, un potere implicito.

Per questo il consenso alla condivisione di contenuti terapeutici non è mai completamente libero.

Può essere influenzato dal bisogno di compiacere, di ringraziare, di non deludere, di mantenere il

legame.

Questo squilibrio esiste anche quando non viene nominato. E ignorarlo significa non prendersene la responsabilità.

I social media non sono uno spazio di cura

I social semplificano, amplificano e fissano. Un contenuto pubblicato può essere visto, salvato,

condiviso, strappato dal suo contesto, anche dalla stessa persona che lo ha autorizzato, in un

momento diverso della propria vita.

Ciò che oggi sembra una condivisione positiva, domani può diventare disagio, vergogna o senso di

esposizione.

Parlare di processi non significa raccontare storie reali

È possibile fare informazione e sensibilizzazione parlando di dinamiche, percorsi, difficoltà comuni,

senza usare le storie reali delle persone incontrate in terapia.La cura non ha bisogno di esempi veri per essere compresa. Ha bisogno di rispetto.

Testimonianze dei clienti: una pratica problematica

In molti contesti oggi si vedono testimonianze di clienti che raccontano pubblicamente la propria

esperienza terapeutica, a volte anche in video.

Il fatto che sia il cliente a parlare non rende questa pratica automaticamente corretta. La

responsabilità resta del professionista, che conosce – o dovrebbe conoscere – i rischi di

esposizione presenti e futuri.

La testimonianza trasforma facilmente la cura in promozione. Il vissuto diventa prova di efficacia.

La persona diventa strumento di legittimazione.

Riprese video e gruppi terapeutici: un confine da non superare

La registrazione e la diffusione di immagini o video girati durante sedute terapeutiche, soprattutto di

gruppo, rappresentano una violazione grave dello spazio di cura.

Il gruppo terapeutico si fonda sulla fiducia e sulla riservatezza. La presenza di una videocamera

cambia i comportamenti, inibisce il lavoro profondo e introduce una dimensione di esposizione.

In un gruppo anche chi non parla è visibile. Sguardi, silenzi ed emozioni comunicano. Nessun

consenso può davvero proteggere da questa esposizione.

Qui la responsabilità di chi conduce è totale.

Promesse, percorsi standard e illusioni di guarigione

Molti terapeuti, counselor e operatori della relazione d’aiuto propongono percorsi predefiniti,

pacchetti strutturati, promettendo risultati chiari e rassicuranti: guarigione, aumento dell’autostima,

benessere stabile, una vita finalmente “più piena”.

Il mio pensiero, maturato nel tempo, è che non si dovrebbe promettere nulla di tutto questo.

Il lavoro di cura dovrebbe partire da un atto molto semplice e molto difficile: guardare davvero la

persona che si ha davanti, capire dove si trova, qual è la sua realtà in quel momento, e partire da lì.

Io stesso ho attraversato percorsi che non hanno prodotto cambiamenti profondi e duraturi, non

perché non fossi pronto, ma perché erano troppo impostati, rigidi, incapaci di vedere davvero dove

mi trovavo e di adattarsi al mio stato reale.

Quando il percorso non incontra la persona, il risultato resta superficiale, anche se ben

confezionato.

La cura non dovrebbe adattare le persone ai percorsi. Dovrebbe adattare il percorso alla persona.

Una presa di posizione e una denuncia

Questo testo è una presa di posizione chiara. È anche una denuncia di pratiche che considero

dannose, anche quando sono normalizzate o applaudite.

La cura non è spettacolo. L’aiuto non è marketing. La relazione non è materiale da pubblicare.

Scegliere di non condividere storie di clienti, di non usare testimonianze, di non registrare seduteindividuali o di gruppo, di non promettere risultati, è una scelta etica. E richiede responsabilità.

Nota finale personale

Forse queste pratiche mi colpiscono così profondamente perché nella mia infanzia la mia privacy è

stata violata in modo drastico, attraverso un abuso.

I traumi si formano. E chi promette una guarigione totale spesso racconta una bugia. Con il trauma

si impara a convivere. A volte si riesce perfino a trasformarlo in una forza.

Non ho molte speranze che questo testo porti a una reale presa di consapevolezza da parte di chi

già utilizza queste pratiche.

Spesso chi le porta avanti soffre di una forma di fanatismo: non accetta critiche, nemmeno quando

sono costruttive, nemmeno quando arrivano da chi conosce il campo dall’interno.

Spero però che queste parole possano aiutare qualcuno che è stato – o è – nella posizione del

cliente, che ha provato disagio, ma non ha trovato le parole per dirlo.

Se questo manifesto servirà anche solo a questo, avrà avuto senso.